L'archetipo dell'Ombra

di Alessandro Raggi

11/08/2017

Articolo tratto dalla rivista scientifica: “IL MINOTAURO” problemi e ricerche di psicologia del profondo  

ANNO XXXIII, giugno 2006


Sommario

1. Premesse alla trattazione dell’Ombra 
2. Il concetto di Ombra 
3. L’Opus Alchemica e l’Ombra
4. Un sacco d’Ombra  
5. Esilio: proiezione e scissione dell’Ombra 
6. Recupero: ricognizione e integrazione dell’Ombra 
7. L’Ombra e il Male 
8. L’Ombra nella società contemporanea 
9. Ombra, Doppio e narrativa



1. Premesse alla trattazione dell’Ombra

L’analisi del concetto junghiano di Ombra, porta con se notevoli rischi. Esso è illustrabile su livelli diversi, ma interconnessi. Un altro rischio è quello di depauperare della sua espressività un pensiero così fecondo come questo, proprio nell’intento di analizzarlo. Poiché la nostra analisi non può essere effettuata se non con l’utilizzo di un codice linguistico, il tema dell’Ombra risulterà in parte privato proprio di quelle caratteristiche intuitive ed irrazionali che lo qualificano. Come tutti i concetti della stessa portata, esso offre la possibilità di essere comunicato e concepito razionalmente, ma reca con se anche un lato che in maniera intuitiva, esprime senza parlare: colpisce sinteticamente come un’immagine. L’Ombra si esprime cioè simbolicamente, e come sappiamo un simbolo muore nel momento in cui diventa possibile spiegarlo. Rimane inoltre complicato risalire filologicamente alla storia del concetto di Ombra in Jung, in parte per la mole di scritti ancora non tradotti, in parte perché ai nostri fini risulta più utile un avvicinamento alla sua rappresentazione, che una disamina cronologica. Un tema come questo, non può essere altresì racchiuso in una definizione, o essere esposto in maniera consequenziale. Il definire, è letteralmente nonché psicologicamente, analogo al delimitare: cosa improponibile nel trattare tematiche simboliche, che inevitabilmente sfuggono ad ogni trattazione esaustiva. Si può girare a lungo attorno ad un simbolo cercando di definirlo, poi lo si afferra in un istante, e spesso, ciò che viene colto resta incomunicabile. Lo sforzo in cui ci impegniamo quando trattiamo queste materie, è proprio quello di forzare una sintesi che idealmente appare impossibile. 

2. Il concetto di Ombra

Tutta l’opera di Jung è permeata del tema dell’Ombra. Inizialmente questa coincideva (più o meno) con l’inconscio personale, ma è stata oggetto di successivi sviluppi ed aggiunte, talora sovrapponentisi, in maniera costante fino alle ultime opere. Gradatamente, l’Ombra assunse per Jung caratteristiche peculiari, che pur comprendendo l’inconscio personale, in qualche modo lo superarono, incarnando tutto l’insieme degli atteggiamenti dell’individuo non sviluppati. Le ultime riflessioni inoltre, portarono Jung ad addentrarsi sulle implicazioni che l’Ombra ha nella problematica del male. Esistono dunque differenti possibilità di riferirsi all’Ombra, queste sono state rielaborate in maniera descrittiva nell’accurato lavoro svolto da Trevi Romano (5) .  Vediamo di riassumerne indicativamente il contenuto: All’Ombra ci si può riferire in tre modi: 

  1. Ombra come parte della personalità 
  2. Ombra come archetipo 
  3. Ombra come immagine archetipica.  

Ne deriva intuitivamente, che all’Ombra possiamo accennare sia in funzione delle sue peculiarità quando assume le caratteristiche di complesso personale (1), sia quando ci si riferisce ad essa quale archetipo in sé (2) - pertanto inconoscibile nella sua essenza - sia nei suoi caratteri di simbolo (3), che viene a manifestarsi a livello immaginale. In realtà non si tratta di una scissione, ma di un artificio intellettuale che consente una più vantaggiosa comunicabilità dell’argomento. In altre parole, il negativo, appartiene comunque alla sfera dell’esperienza umana, e viene sempre colto come un qualcosa di fortemente unitario, sia che si manifesti individualmente e a livello personale come una tendenza all’infantilità o all’autodistruttività, sia quando ci appare negli incubi notturni o nelle visioni, come nelle fantasie più turpi e riprovevoli, sia quando assume caratteri marcatamente generali, quali quelli di un destino crudele o persino della morte. L’artificio intellettuale che ci permette di scindere ed analizzare i vari volti dell’Ombra, non elimina la sua natura che è quella di un’unità complessa e multiforme. Inoltre, i particolari spunti epistemologici a cui ci si riferisce affrontando le tematiche connesse con l’Ombra, non devono far cadere in secondo piano l’applicazione clinica che deriva da questo concetto. Il motivo dell’Ombra, appare come la prima ed essenziale tappa del processo analitico junghiano. Il riconoscimento della propria Ombra e la sua integrazione cosciente, costituiscono il primo ed imprescindibile passo verso qualunque cambiamento. Come si può infatti prescindere dal potenziale trasformativo giacente nelle aree a noi non direttamente accessibili? Ciò che appare in tutta la sua evidenza, che è in poche parole, racchiuso nella sfera del noto, del conosciuto, non riesce ad essere sufficiente a permettere un pieno sviluppo. La base, l’humus del cambiamento e dello sviluppo, giacciono in tutta la loro fecondità nelle recondite zone dell’Ombra,  del non conosciuto, dell’ignoto. Solo affrontando il rischio e la suggestione di un’immersione, nelle profondità ancora non sondate della nostra anima, saremo in grado di riportarne alla luce gli innumerevoli tesori sottratti alla vista. Ma per fare questo, occorre armarsi di tenacia e pazienza e liberare  come prima tappa, il buio fondale dalla sabbia, dai detriti e dalle impurità sedimentate nel corso degli anni. Non necessariamente la via dell’autoconoscenza deve passare attraverso l’analisi. Noi conosciamo ed applichiamo questo metodo, ma la storia di ogni cultura ne tramanda innumerevoli e diversissimi. Non mi risulta però che ne possa esistere uno che non passi per le oscurità dell’Ombra. Comunque sia stata chiamata, o descritta, la valle dell’Ombra appartiene operativamente ad ogni trasformazione dell’anima umana. Da Virgilio a Dante la discesa agli Inferi è l’unica strada percorribile verso la Luce o la conoscenza. Attraverso l’analisi dei sogni e delle fantasie di diverse persone avute in cura, Jung notò come anche il procedere dell’analisi fosse scandita da una serie di tappe.  Queste, si presentavano invariabilmente in una certa successione, che era risultata simile a quelle dei procedimenti iscritti, da tempo immemorabile, nei passi dell’alchimia.   

3. L’Opus Alchemica e l’Ombra

Il percorso storico che dalla tarda antichità, ebbe il suo culmine nel medioevo, vide l’alchimia svilupparsi attorno a tre principali correnti: indiana, cinese e giudaica. Quando in seguito alle crociate, il mondo cattolico entrò in contatto con la cultura araba e con quella ebrea, l’alchimia fu scoperta e studiata dai chierici, che rappresentavano la componente erudita della gerarchia ecclesiastica di allora. Principalmente per questi motivi, i maggiori alchimisti del tempo furono chierici o religiosi, come Alberto Magno o Tommaso d’Aquino, in gran parte Francescani o Domenicani.  Gli studi degli alchimisti, erano principalmente volti alla ricerca di Dio e della spiritualità attraverso la natura e la conoscenza del mondo.  Gli Artefici si adoperavano attraverso i tre regni: Animale, Minerale e Vegetale; divennero esperti conoscitori delle proprietà dei metalli e degli aspetti taumaturgici e curativi delle erbe. Molti infatti, hanno riconosciuto l’alchimia come il primo precursore della moderna chimica.  L’intento dell’alchimista, era principalmente quello di assicurare il mantenimento del corpo, gloriosamente intatto, in attesa del giudizio finale, attraverso la ricerca della cosiddetta acqua vitae, l’acqua di vita e di saggezza. La stessa pozione miracolosa, in Oriente, prendeva il nome di Elisir d’eterna giovinezza. Anche lo spirito dell’uomo doveva potersi rinnovare per essere ammesso a far parte delle sfere divine, e l’agognato Lapis Philosophorum, o Oro Filosofale, inseguito dagli alchimisti insieme all’Elisir, altro non era che la manifesta ricerca della perfezione totale attraverso la purificazione, su questa terra. Il Lapis , la pietra filosofale, era “l’Oro d’immortalità donato da Dio”, che nell’alchimia orientale è rintracciabile nella ricerca del Corpo di Diamante al quale può giungere il praticante attraverso la meditazione, rendendosi così immortale in vita. Per gli alchimisti, la cui ricerca era tutta fortemente invasa di sacralità religiosa, la materia ed il mondo naturale non erano contrapposti o dissimili nella loro essenza, dall’uomo. Tutto proveniva dal Creatore e tutto a lui era destinato a ritornare. I rimedi medicamentosi della medicina del tempo, erano per questo, rintracciabili nella stessa natura e nel mondo circostante. La materia era considerata  viva e divina. Le proprietà dei metalli e delle erbe, assimilate alle caratteristiche emanate da Dio, rendevano un dato minerale capace di essere esso stesso portatore di aspetti divini. Così motivi pagani e filosofici, si confondevano e si mescolavano al religioso. L’alchimista tratta la materia come, nei Misteri pagani, vengono trattate le Divinità: i minerali “patiscono”, “muoiono”, “risorgono”.  Il dramma mistico del Dio che patisce, muore e risorge, viene proiettato sulla materia, come risulta dai frammenti fatti risalire a Zosimo (III-IV sec. d.c.), propri dell’alchimia grecoegizia. Dioniso, era il portatore delle qualità che si manifestavano nel frutto della vite; capace di riunire in se l’umidità della terra e la luminosità celeste, il vero punto di contatto tra Cielo e Terra. Le stesse definizioni: mercuriale, marziale, lunatico; sono espressioni rimaste in uso per indicare un temperamento, una disposizione caratteriale, che era per gli alchimisti una proprietà del dio, riconducibile anche astrologicamente alle costellazioni conosciute, espressa nella natura e nelle sue forme. In realtà però, l’alchimia e gli studi alchemici furono proibiti e tacciati di eresia solo quando, stesso i chierici, cominciarono a rilevare delle analogie profonde tra la vita di Cristo ed i passi alchemici. Cristo stesso, fu inteso come Lapis Philosophorum   perfettamente compiuto, e la Vergine Maria quale espressione della Sophia. L’alchimia fu studiata per decenni da Jung, nei suoi vari aspetti e nelle sue numerose varianti, e dobbiamo a lui la rivalutazione degli aspetti conoscitivi, rituali e simbolici di questo studio. Se Jung ha mostrato come il simbolismo dei processi alchemici viene a ri-attualizzarsi nei sogni, come nei deliri dei pazienti, confermando indirettamente il valore soteriologico che costituiva l’alchimia, non dobbiamo essere però portati a credere che le operazioni alchemiche fossero di natura simbolica. Gli esperimenti erano materialmente eseguiti all’interno di officine e laboratori. Mentre però la chimica moderna esegue esperimenti sulla materia, scindendola dal suo aspetto spirituale, esaminandola nella sua struttura fisico-chimica, gli alchimisti si soffermavano più sugli agenti di “Passione”, “Unione”, “Morte” che caratterizzavano le sostanze in quanto agenti di trasmutazione della vita inscindibilmente connessa alla materia. Il Laboratorio dell’alchimista, il suo vas mirabile dal quale scaturirà la Pietra Miracolosa, ha un parallelo collocabile nell’uomo stesso e nella sua psicofisicità. Le situazioni “patite” dalla materia, man mano che l’Opus progredisce, forgiano un’altra personalità nell’artifex stesso, che si trova in una situazione definibile come Sympatheia (6) instauratasi tra lui e la sostanza. La relazione intima tra la trasmutazione dei metalli e la trasformazione dell’uomo, è stata oggetto specifico di studio da parte di Jung. Individuazione è il nome che Jung ha dato al processo trasformativo della psiche umana. Esso consiste nella liberazione da parte dell’individuo, di tutte le potenzialità inespresse di cui è portatore. Questo, può avvenire solo dopo un lungo percorso di riconciliazione delle opposizioni e delle tensioni che inevitabilmente si creano nel corso dello sviluppo, favorendo l’espressione di certi tratti a discapito di altri. Il fine ultimo del processo individuativo consiste nel raggiungimento del Sé, il completamento della totalità spirituale. L’attuarsi del processo che porta alla realizzazione del Sé, attraverso l’individuazione, consta di varie tappe. Ogni tappa del percorso è caratterizzata dal presentarsi di un differente motivo archetipico, il che non dev’essere inteso come una successione cronologica di momenti che vengono risolti e superati, quanto piuttosto un lento progredire di carattere circolare nel quale ci si trova a confrontarsi in modo via via più profondo con il nostro inconscio.  L’opposto del processo individuativi, che dovrebbe culminare nel raggiungimento del Sé, è descritto come il restringersi, fino alla cristallizzazione, dell’espressività inconscia. Questo conduce al fissarsi in maniera rigida di quella che viene definita: Persona; intesa da Jung quale funzione di adattamento cosciente alle esigenze imposte dalla realtà e dalla società all’individuo.  Ognuno di noi dispone di una Persona sociale, che può essere metaforicamente intesa come la maschera di cui ci serviamo per affrontare le situazioni reali della vita. Quanto più flessibile è la maschera che indossiamo, tanto più il nostro grado di adattamento all’ambiente è maggiore. Il restare imprigionati nella stretta morsa di un’identità fasulla, perché solo parziale, che Winnicott chiama Falso sé, ci priva del contatto con gli altri esseri umani e ci emargina verso una posizione difensiva nevrotica. L’uomo si pone infatti, per J.Hillmann, come “attore” sulla scena della vita, recitando i vari ruoli imposti dal sociale: Genitore, Amante, Amico, Direttore, Figlio, Coniuge, ecc…; se accade che la Persona si identifica con tutto il nostro Io, si approssima la perdita della capacità di simbolizzare e della natura plastica della nostra dimensione vitale. La tensione del processo d’individuazione è dunque tra gli opposti polari Sé e Persona. La prima parte del processo, è per Jung quella che conduce all’incontro con l’Ombra.  Dall’esplorazione e dal confronto con l’ignoto e con le parti sgradevoli della nostra personalità, risultano i peggiori conflitti che ci tengono bloccati. L’Ombra, quale prima tappa del processo individuativo, ha il suo parallelo nella fase del procedimento alchemico di produzione della Pietra Filosofale, quello chiamato: nigredo. L’intero sviluppo del procedimento alchemico si può suddividere  in tre fasi distinte (7): 

  • nigredo (nerezza) 
  • albedo (sbiancamento) 
  • rubedo (arrossamento) 

Il primo stadio, quello appunto della nigredo, corrisponde all’utilizzo di materiale grezzo ed impuro (piombo o mercurio), che attraverso diversi processi viene dissolto e depurato. E’ una fase pericolosa, poiché si può restare vittima dei vapori velenosi che solitamente si levano dal composto in putrefazione.  L’incontro con l’Ombra non è altrettanto scevro di pericoli. La falsità, i desideri sessuali, le depravazioni morali, l’odio, l’invidia, e tutto ciò che abbiamo sempre criticato e con sorprendente acuità, non priva di sdegno, colto negli altri, lo ritroviamo improvvisamente come Oscuro Compagno della nostra stessa vita. Se crollano le illusioni sulla nostra purezza e sui nostri  presunti ideali, se crollano le aspettative sul mondo e tutte le nostre pie convinzioni le scopriamo atte a camuffare sogni di potere personale o addirittura il vuoto più desolante, allora, il Piombo ed il Mercurio ritornano sotto forma di Demoni e ci riversano addosso i loro venefici vapori. Ci sentiamo spodestati dal nostro trono di onnipotenza, sul quale aveva eretto piedistallo il nostro Io, e ci ritroviamo soli a cospetto della confusa potenza dell’inconscio. Una situazione del genere può produrre, in caso di psicosi nucleare, anche degli irrimediabili scompensi.  Le altre fasi dell’Opus Alchemica ci porterebbero troppo lontano dal nostro lavoro, che comunque si è dovuto limitare ad una parziale riesposizione di argomenti vastissimi e sedimentati nei secoli. Basterà tenere presente che alla fase dell’albedo, viene fatta corrispondere l’integrazione dei contenuti interni di genere opposto al nostro: chiamati da Jung  Animus nella donna, e Anima nell’uomo. Nella rubedo, trova compimento l’intero processo. L’alambicco si apre e la Pietra Filosofale può irradiare la sua luce divina restauratrice. L’attuazione del Sé, la ricomposizione delle fratture, riporta l’uomo a quell’unità primigenia che si rappresenta nella figura dell’Anthropos, l’uomo rotondo. L’immagine dell’Ermafrodito, come emblema del raggiungimento della totalità e ricomposizione degli opposti, corrisponde a questa fase ideale di conclusione del processo. Vediamo come anche la figura storica di Cristo ha conosciuto, nel suo cammino le tappe dell’intero processo individuativo: prima attraverso l’incontro/scontro con il Maligno, quando si reca in solitudine nel deserto per essere tentato; e poi la più intensa sofferenza.  Gesù muore, come muore il sole al tramonto dipingendo il cielo di rosso. Il Cristo, morendo versa il suo sangue regale, destinato a purificare l’anima umana dal peccato originale e a donarle l’immortalità. “Tutto è compiuto”, si vuole siano state le sue ultime parole. Il Sé è perfettamente realizzato nella metafora del sangue divino quale attuazione della perfetta rubedo. Il Crocifisso in questo senso, è simbolicamente rappresentativo della tensione tra l’alto e il basso che si sviluppa lungo il cammino individuativo.  Ogni uomo è portato naturalmente e per esigenze della vita, ad iniziare questo cammino, anche se la maggioranza si ferma dopo pochissimi passi, e probabilmente nessuno lo conclude. Il sentirsi sospesi tra un’aspirazione elevata e l’impossibilità, la difficoltà materiale al suo raggiungimento, sono situazioni comuni che tutti abbiamo sperimentato. Gli opposti generano un’indescrivibile tensione, ci gettano letteralmente “in croce”. Ma proprio nella tensione, nella sopportazione del dolore che ne deriva, è generato l’uomo interiore. L’incontro degli opposti nel proprio intimo, la disponibilità alla morte delle credenze, è preludio alla nascita del Sè. 

4. Un sacco d’Ombra

Premesso che le tre accezioni fondamentali dell’Ombra restano: (1) Ombra come parte della personalità; (2) Ombra come archetipo ;  (3) Ombra come simbolo (presente nelle sue più disparate manifestazioni, nei sogni e nelle fantasie, nei miti, nelle fiabe e nella letteratura d’ogni tempo); passiamo ad esaminare meglio ciò a cui abbiamo accennato, cioè quando ed in che modo è effettivamente possibile trovarci al cospetto dell’Ombra.  Un’immagine sicuramente suggestiva dell’Ombra ci viene offerta da Robert Bly (8), poeta americano estimatore di Jung. Bly, come Jung, distingue tra Ombra collettiva ed Ombra personale, dipingendo quest’ultima con una metafora: “il lungo sacco che ci tiriamo dietro”. Abbiamo visto come l’Ombra personale sia costituita essenzialmente da parti ed atteggiamenti non sviluppati. A partire dall’infanzia, e lungo tutto l’arco evolutivo, un essere umano impara ad interagire con l’ambiente e con la società in cui è inserito. I comportamenti ed i pensieri che sono giudicati dall’esterno come inadatti, vengono poco a poco abbandonati e dimenticati. Quante volte abbiamo subito proibizioni e precetti da parte della famiglia, della chiesa, della scuola o anche da parte degli amici. Tutte le volte che abbiamo negato e svalutato un pensiero (o una parolaccia…) che veniva indicato come immorale o impraticabile, quel pensiero, quell’azione, quel sentimento di cui ci siamo vergognati, lo abbiamo nascosto. Ma siccome non possiamo cancellare, come con un colpo di cassino da una lavagna, ciò di cui siamo fatti, quelle parti di noi rifiutate e negate andavamo a metterle “in un sacco”; un sacco che cresceva con il nostro sviluppo. In età adulta, infine, ci ritroviamo con un’enorme sacco: un sacco pieno di parti scisse, rimosse e rifiutate che ci appartengono, e che gravano enormemente sulle nostre spalle.  La psicologia analitica ha chiamato questo materiale sedimentato con il nome di Ombra (personale). Il nome di Ombra è quanto mai pertinente a livello simbolico infatti, proprio come un’ombra, ed esclusi i casi gravi di vera e propria scissione della personalità, questi atteggiamenti e pensieri nascosti, passeggiano accanto al resto della nostra personalità in maniera subdola ed ai nostri occhi silenziosa. Nessuno di noi è mai totalmente “puro” o “buono” come preferirebbe essere, ed anche se un’educazione familiare tradizionale, o una rigida osservanza religiosa ci possono aver condotto a reprimere e svalutare i nostri tratti aggressivi, compresi quelli sani, l’Ombra riesce sempre a contaminare la nostra personalità conscia. Così, compaiono Uomini Neri nei nostri sogni, o fantasie torbide e lussuriose. Chi ad esempio è stato educato a reprimere la propria aggressività, spesso non è mite come crede di essere, ma è solo inconsapevole della propria carica aggressiva. Allora traspaiono dei segnali in tali persone, così maldestre nella difesa della propria individualità, eppure prepotenti ed intolleranti nella difesa delle piccole cose della vita quotidiana. Persone che si credono miti, che appaiono fragili e che improvvisamente esplodono in violente crisi di rabbia per futili motivi. Hanno “gettato nel sacco” la loro aggressività tutta intera, così la loro Ombra aggressiva, viene letteralmente proiettata sugli altri: ed aggrediscono con improvvisa rabbia.  E’ questo il paradosso dell’Ombra: quanto più neghiamo e rimuoviamo, tanto più queste parti scisse riemergono in maniera incontrollata ed autonoma L’Ombra appare tanto più densa e minacciosa quanto meno è cosciente. Proprio come nell’opposizione duale tra Giorno e Notte, Luce ed Ombra sono vicendevolmente escludentisi, eppure strettamente connessi tra loro. Nel Tao cinese, un principio non può mai interamente prescindere dall’esistenza dell’altro. Come potremmo infatti, conoscere la luce se non sapessimo cosa sono le tenebre? Proprio dalla luce, e dall’esposizione di un corpo opaco ad essa, si genera l’ombra. Questa semplice osservazione del fenomeno fisico, ci permette di notare come non sia possibile scindere in maniera discreta i due aspetti di Luce/Ombra, così come le altre dualità contenute negli opposti: Buono/Cattivo, Bello/Brutto, Giusto/Ingiusto, ecc.. L’Ombra non potrebbe esistere se non esistesse la Luce. Differente nella forma, ma della stessa natura della luce a cui deve la provenienza: l’Ombra non è necessariamente malvagia, è soltanto inferiore, primitiva, sconosciuta e nascosta. Perciò quando si manifesta lo fa con tanta ferocia e tanta violenza. Porsi a confronto con la propria Ombra, vuol dire in una parola: conoscersi. La conoscenza è premessa necessaria ad ogni accettazione. Solo conoscendoci, restituendo alla coscienza anche ciò che di noi appare inaccettabile ed immorale, possiamo compiere il primo passo verso noi stessi, “rendendo cosciente il nostro vero essere, criticamente e senza riguardi” (9).  Gli Indiani d’America Sioux, ben consapevoli del valore del lato nascosto delle cose, hanno delle figure, i cosiddetti Clown, che si comportano sempre in maniera strana. Il loro comportamento, è esattamente quello contrario alle norme del gruppo. Viene così ritualizzato tra i Sioux, l’aspetto negato e rifiutato del comportamento sociale. L’Ombra viene liberata ed espressa, quindi conosciuta, in maniera non pericolosa né traumatica.  Ogni aspetto di noi che viene in qualche modo respinto dalla coscienza e rifiutato, si sviluppa necessariamente in forma autonoma ed inconscia e sarà espresso come parte dell’Ombra contro la nostra stessa volontà e senza che ce ne possiamo rendere conto.  Abbiamo dunque due cose messe nel sacco: rifiuti e tesori. I primi vengono a galla senza che noi li si riesca a controllare, i secondi vengono ammucchiati indiscriminatamente insieme ai rifiuti poiché non siamo in grado di riconoscere nessuno dei due come appartenente a noi.  Per riappropriarci dei tesori, buttati senza distinzione nel sacco insieme ai rifiuti ed alle scorie, dobbiamo prima svuotarlo questo sacco, e ridiventare consapevoli di ciò che ci appartiene. Proprio come degli alchimisti, partiremo dal piombo e dai procedimenti infimi della nigredo, per ritrovare l’Oro insidiosamente camuffato e nascosto nel metallo più vile. 

5. Esilio: proiezione e scissione dell’Ombra

L’Ombra è scomoda per l’essere umano, che non può anche volendo, liberarsene. Ma proprio perché non necessariamente di natura negativa, l’Ombra rappresenta la “possibilità”; il Demone divoratore, l’Alien, che ci ingloba nella sua nera essenza, oppure il germe trasformativo e creativo che portiamo in grembo.  Ritornando alla metafora fisica, se pensiamo ad un corpo opaco, dalla sua ombra se ne può dedurre lo spessore, nonché la consistenza. Solo un corpo estremamente sottile produce poca Ombra, e solo una personalità inconsistente non reca con sé il fardello della propria Ombra. Per farmi intendere anche  praticamente, un aspetto, ad esempio della gelosia, è anche quello di un sano attaccamento. Così come l’aggressività può rivelarsi appropriata in certi contesti, o l’ingordigia  e la lussuria possono avere delle forme di espressione di contenuti affini che vengono chiamate piacere di vivere e gustare le cose. Allora appare necessario, se non vogliamo ridurci  a dei contenitori incoscienti di istinti ed impulsi repressi, riconoscere la nostra Ombra e riscattarne i contenuti. La prima operazione da fare per riappropriarci della nostra Ombra è quella di riconoscerla, di vedere come e dove l’abbiamo esiliata. La psicologia, descrive un processo, che appartiene a tutti ed è sottostante ad ogni forma di relazione, chiamato: proiezione. La proiezione più usuale e facile è proprio quella dell'Ombra. Mediante questo meccanismo, siamo propensi a trasferire all’esterno tutti i contenuti inconsci che possono disturbarci, per cui, “gli altri hanno sbagliato” e “la colpa è sempre degli altri”. Il riconoscere che i difetti del mondo sono anche i nostri stessi difetti, richiede un altissimo grado di autoconoscenza e consapevolezza. Questo significa porsi di fronte alla propria personalità con atteggiamento obiettivo, e ritirare le nostre proiezioni dall’esterno.  Il modo operativo migliore per notare le proprie proiezioni è quello di divenire consapevoli delle antipatie più profonde e spesso ingiustificate, magari “a pelle”. Alcuni individui, presentano delle caratteristiche psicologiche che si esprimono poi anche nel linguaggio non verbale, tali da renderli catalizzatori delle nostre proiezioni di qualità inferiori e pulsioni inaccettabili. Questo tipo di fenomeno è così comunemente riscontrabile che non vale la pena di svilupparlo oltre, basterà iniziare a chiarirlo ognuno nel proprio intimo.  Uno dei problemi più gravi però, tocca a chi subisce la proiezione d’Ombra. Citiamo Trevi - Romano: “Per chi fa una proiezione d’Ombra il problema consisterà nel riconoscere che le qualità  inaccettabili attribuite al suo prossimo in realtà appartengono alla propria personalità. Il processo di ritiro della proiezione potrà senzaltro essere lungo e doloroso, ma non comporterà in sostanza altra fatica (…). Dal punto di vista invece del soggetto che riceve o sopporta una proiezione d’Ombra, può verificarsi una vera e propria distorsione della personalità, la quale può comportare non solo profondo disagio psichico, ma anche una vera e propria sindrome nevrotica.”. Una situazione come quella descritta sopra è tanto più problematica per individui strutturalmente deboli. Come abbiamo visto, la Persona, rappresenta l’aspetto sociale dell’Io.  Quando per alcuni, l’ambiente diventa determinante rispetto allo strutturarsi della propria individualità, accade che l’identificazione con l’ambiente e quindi lo strutturarsi della Persona siano condizionati fortemente dall’Ombra che viene proiettata loro addosso dagli altri. L’identificazione con l’Ombra proiettata, porta l’individuo ad un’erronea valutazione di se stesso ed allo strutturarsi di una personalità completamente falsata rispetto all’inclinazione naturale, con tutte le conseguenze che se ne deducono. Pensiamo a come siano disastrosi gli effetti della proiezione dell’Ombra in una società come la nostra, dove la comunicazione di massa è totale ed istantanea. Divi del cinema, Rock-star, consumati dalle proiezioni massicce di milioni di persone, hanno spesso bruciato le tappe della propria esistenza fino all’estremo gesto del suicidio o del lasciarsi morire devastati dall’alcol. Ciò che distrugge della proiezione è infatti la totale assenza di contatto, l’inconsistenza dell’incontro con l’altro. Ancora Robert Bly nota a proposito della morte di Marilyn Monroe: “Nessun essere umano può sostenere tante proiezioni e sopravvivere. Perciò è importante che ciascuno richiami dentro di sé le proprie proiezioni.”  Il dramma dell’artista è proprio quello di essere una calamita di proiezioni, a causa della sua stessa natura che lo connette ad un insieme più vasto del nucleo sociale a cui di solito appartiene. L’artista ha l’anima dello specchio: L’Ombra più fosca si aggira sul suo capo e lui ne riflette immagini, colori, musica e sublimi parole. Il resto lo uccide. Non ricordo a memoria, artisti ingenuamente felici: la solarità di Goethe nascondeva il mantello scuro di Faust; La profondità depressiva di Sofocle generò tragedie immortali. Il vizio corrosivo di Dostoevskij; la cupa melanconia di Baudelaire; le spaventose tonalità di blu della follia di Van Gogh; l’inascoltato urlo di Kurt Cobain e la poesia inquieta di Jim Morrison. Sono tutte “visioni”, avrebbe detto  William Blake, su mondi sconosciuti e lontani, che aprono verso l’infinito l’orizzonte del lettore, ma inchiodano il visionario alla nuda realtà. Una percezione della realtà contenuta nell’unica realtà comunicabile, obiettiva e senza infingimenti, non può che contenere il seme  del non-senso e della depressione.  

6. Recupero: ricognizione e integrazione dell’Ombra

Pare che i maestri Zen, siano così consapevoli del loro lato oscuro, da essere capaci di comportarsi in maniera avidissima avanti agli altri e poi ridere fragorosamente. Portando l’avidità alla luce del sole, sottraendola dunque al dominio dell’Ombra, essi riconoscono i loro impulsi di possesso e li onorano nell’esprimerli in modo giocoso. Non c’è bisogno di intraprendere un ciclo di sedute di psicoanalisi per potersi riprendere la propria Ombra, la ricognizione, come già abbiamo accennato, può essere effettuata attraverso i nostri impulsi verso le altre persone. Identificare chi sopporta il nostro odio più irrazionale, ci consente di osservare come abbiamo esiliato da noi quegli aspetti così sgraditi, che ritroviamo esattamente in quel modo così antipatico di comportarsi o di vestirsi del nostro collega.  Questo, onde evitare fraintendimenti, non deve essere visto come un’accettazione gioiosa di aspetti per noi impossibili da tollerare, che magari ci andiamo a riprendere e cominciamo noi ad esprimere. Assolutamente no. Più semplicemente, qui inizia l’accettazione di una caratteristica che ci appartiene, e che stavolta liberamente e consciamente decidiamo di esprimere o meno. Basti pensare a quante persone dichiaratamente democratiche e anti-autoritarie, nelle piccole cose siano totalmente intolleranti verso chi li sottopone a delle critiche, e la loro intolleranza spesso diventa un insopportabile autoritarismo. Pensiamo a quanta Ombra venga continuamente proiettata  dai ragazzi che gestiscono i cosiddetti “Centri sociali” autogestiti verso i movimenti aderenti all’estrema destra. Tutto l’autoritarismo dei ragazzi che si autogestiscono, tutto il loro “Ares”, lo vedono proiettato nei giovani naziskin. Il pericolo, in cui di fatto incappano regolarmente gli occupanti molti Centri sociali, è proprio quello di non riconoscere alcun impulso autoritario dentro di sé. In questo modo viene favorito l’ingigantirsi dell’Ombra, che si manifesta poi nel comportamento intollerante verso tutto ciò che non è simile alla loro realtà sociale. Ciò aiuta inoltre non poco i naziskin, che oltre al loro “Ares”, già ben in rilievo, godono del regalo di quello degli altri.  L’effettuare una ricognizione non è dunque un’impresa impossibile. Integrare la propria Ombra, dunque ridiventare capaci di accettare la semplice esistenza di impulsi in noi mai finora sondati, è possibile solo dopo un’attenta ricognizione.  I ragazzi dei Centri sociali, in questo caso non si riapproprierebbero dell’Ombra violenta ed autoritaria proiettata all’esterno per divenire degli autonomi autoritari. Riottenere la propria energia vuol dire poterne disporre in modo cosciente. Integrare l’Ombra in questo caso potrebbe significare una reale apertura verso ogni diversità, un sentire, e gestire, i propri impulsi autoritari ogni qual volta si guarda con sospetto un ospite del Centro che non indossa la kefja.  L’Ombra può essere proiettata praticamente ovunque: sugli altri o su intere popolazioni, su categorie sociali, su nazioni e sistemi di pensiero. La morale normativa, guidata dall’acuta intelligenza, è il supporto più potente di tali proiezioni. Durante la guerra del Vietnam, l’America si sentiva il difensore della libertà e di tutti gli ideali di purezza, giustizia e correttezza. Quando cominciarono a venire a galla gli stupri effettuati dai soldati nei villaggi, i massacri di anziani e bambini, furono inceneriti interi villaggi di civili con abbondanti fiammate di napalm, quest'immagine di purezza e giustizia vacillò e allora gli americani hanno cominciato a considerarsi come: custodi della pace nel mondo. E’ singolare che la nazione che si considera pacifista e promotrice di tutti i processi di pace nel mondo, disponga dell’arsenale bellico e nucleare più poderoso. La tentazione di Cristo nel deserto, i sottili inganni di Mara nei confronti del Buddha, la famosa “Notte Scura dell’anima” che attraversò Francesco d’Assisi, ci dicono che gli individui maggiormente integrati hanno essi stessi subito il dolore lacerante del “sentirsi tentati”. Sentirsi tentati, equivale al riconoscere in sé stessi degli impulsi che non si desiderano. Gesù, per essere Cristo, questi impulsi li ha innanzitutto dovuti avere, quindi riconoscere come suoi, e così, solo a questo punto li ha potuti coscientemente rifiutare. Sacra Romana Chiesa, nel suo complesso istituzionale ha perseguitato per generazioni intere popolazioni, come i Catari ed i Valdesi, ha Bruciato al rogo centinaia di donne e di uomini, presunti eretici o streghe, contribuito a cancellare intere popolazioni dalla faccia della terra in cerca della loro conversione. Tutto questo nel nome di Dio. “Il male non mi appartiene, non può essere mio, io appartengo al signore, il male è della maledetta strega.”  Il “capovolgimento di tutti i valori”(10), non è un atto di sovversione gratuita, ha un suo senso intuitivamente percepibile proprio in questo. Una morale che non sia fondata su basi etiche, non ha alcun valore, anzi può far danno. Scrive R.Rohr(11) :”Di solito bisogna che ci sia una qualche perdita di fede nelle certezze acquisite,(…) è un percorso che fa paura. Se volete apparire buoni egli occhi del papà e della mamma, potete apparire buoni, ed essere buoni, ma nessuno vi seguirà mai, non ci saranno anime salvate sulla vostra scia, niente verrà trasformato (compreso voi stessi). Questo è un modo sterile, prevalentemente laicizzato che tenta di presentarsi come fede. Il miglior travestimento della fede che mi venga in mente è chiamato religione. Guardate Gesù, per esempio. Sapete cosa lo uccise? La saggezza convenzionale. Non fu la gente cattiva a farlo.(…)Gli scribi, i farisei, gli uomini di legge che cerchiamo di dipingere come persone cattive, erano in realtà delle ottime persone – secondo la saggezza convenzionale. Seguivano le regole.”     Non è difficile, cadere nella trappola dell’Ombra difesa dalla morale normativa.  “E’ per il suo bene”, la tipica frase che ci fa da scudo contro un’azione che a ben vedere appare inappropriata. Se si esagera con il castigare i figli per una mancanza commessa, se si inaspriscono le torture verso gli eretici, se si rendono “civili” gli Indiani d’America contro la loro volontà,  se si imbottiscono di Ritalin i bambini irrequieti, è sempre stato detto che è per il loro bene. In alcune persone, che si definiscono pie, modello, integerrime, ecc… spesso l’Ombra è totalmente proiettata. “Uomini senz’Ombra” diceva Jung. Coloro i quali credono di essere solo ciò che preferiscono di sé. Un vecchio detto musulmano diceva che se ami Dio, puoi arrivare a lui in venti anni, ma se lo odi ce ne vogliono soltanto due. Questa è la possibilità offertaci dall’Ombra. E Gesù lo sapeva molto bene questo. In una delle sue parabole poco conosciuta, la parabola della zizzania (12) , racconta di come il contadino, scoprì della zizzania che gli contaminava il raccolto di grano. Gesù ci ammonisce sullo strappare la zizzania. Non si può estirpare la zizzania, si getterebbe anche il  buon grano. Bisogna attendere, e lasciare che crescano assieme, poi saranno separate.    Bisogna saltare il fosso e lanciarsi. Come Ulisse, la tentazione dev’essere conosciuta senza abbandonarsi ad essa. L’oceano della sofferenza  attraversato. Pena l’essere divorati dalle Sirene, non raggiungere mai Itaca. Tapparsi le orecchie di fronte all’ammaliante canto, serve solo a renderci ignavi, uomini senz’Ombra, senza spessore psicologico. Dante, agli ignavi, dava in sorte una fine ignobile. 

7. L’Ombra e il Male

Se l’Ombra personale può essere considerata come la somma degli atteggiamenti non sviluppati e non accettati nell’individuo, l’aspetto archetipico e sovrapersonale dell’Ombra tocca la problematica ontologica. Anche se possiamo anche interrogarci, sull’origine del male e del bene, non tocca probabilmente a noi fornire una risposta, se pure questa esiste. Sicuramente il nostro compito sarà quello di affrontare i risvolti psicologici dell’incontro dell’individuo con il male.  I rischi in cui può incorrere l’individuo nel suo essere a cospetto della problematica del male, sono di due ordini: 1) di identificazione con il male 2) di negazione moralistica del male. Il male può essere filosoficamente distinto in due forme, non sempre sovrapponibili: male metafisico e male morale. Il male metafisico appartiene alla sfera del preordinato, al Male come principio identificabile nel concetto di peccato, di contravvenzione ad una Legge divina. Il male morale è quello che viene “sentito” come tale, come negativo, dopo una profonda elaborazione individuale. Il percorso individuativo abbiamo visto che è retto da una tensione dialettica tra le polarità, infatti nel primo caso rischiamo appunto di ingannarci, rinchiudendoci in una concezione solo metafisica del male e rifiutando il “peccato”. Nel secondo caso, d’altro canto, è difficilissimo evitare di identificarsi con il male, fondando un’etica personale senza alcun limite di sorta. L’identificazione diabolica con il peccato è altrettanto dannosa del suo diniego moralistico. Non esiste possibilità individuativa che non passi attraverso la dialettica, la tensione tra gli opposti, che deve esaurirsi solo nella risposta individualmente originale che ognuno di noi è tenuto a dare nel suo rapportarsi al male. La soluzione di ogni conflitto è compito personale dell’individuo, impegnato in solitudine a cercarne una via d’uscita singolare ed irripetibile.   Educare allo sviluppo del giudizio critico, anziché obbligare alla consumazione di “valori” precotti e preconfezionati, sia nazionalistici che religiosi, può impedire che ci siano ancora nuove generazioni di candidi puritani, o infiocchettati e pettinati Figli della Lupa, che siano poi anche dei pericolosi psicopatici.  

8. L’Ombra nella società contemporanea

Se non ci fosse la consapevolezza, anche se spesso dimenticata, della presenza del negativo e del male in noi, probabilmente non avremmo costruito interi sistemi di pensiero e promulgato leggi, fondato delle collettività rette da norme e da divieti, costituito concezioni religiose sulla base di comandamenti. La Bibbia ne pone addirittura dieci di comandamenti, ricordando a tutti che l’assassino, il ladro, il traditore, l’ingrato, sono possibili espressioni comuni di forze latenti e collettive, dalle quali nessuno è esonerato. Ognuno è chiamato in gioco, ed abbiamo eserciti di avvocati e confessori pronti a salvarci dalle nefandezze che possiamo commettere. La lacuna più grave è quella che ci priva dell’Eros. Chi gareggia clandestinamente in auto nei grandi agglomerati urbani, un ragazzo che getta sassi assassini da un cavalcavia, denunciano la fondamentale assenza di erotismo nella propulsione verso gli altri. Il gelo di alcuni serial-killer, assume l’aspetto agghiacciante del vuoto totale, della mancanza di libido fino al suo totale prosciugamento, dell’incapacità ad assumere i panni dell’altro ed a provare compassione e tenerezza verso un essere vivente estraneo. A questo punto i contorni si sfumano. La totale mancanza di freni morali rende l’uomo simile a un demone (13), consentendogli l’elevazione verso una trascendenza dove il divario tra divino e demoniaco è mera apparenza. Bambini di Satana, omicidi a sfondo esoterico, macabri delitti, sfiorano i confini del sacro, creando l’illusione nei criminali di sentirsi ultraterreni.  Vorrei concludere con una nota di Hillman: “Senza una profonda sensibilità per la psicopatia e la forte convinzione che il demoniaco è sempre tra noi(…), finiamo per nascondere la testa nella negazione e nell’innocenza dagli occhi sgranati, in quel tipo di apertura che in realtà spalanca le porte al peggio”.

9. Ombra, Doppio e narrativa

L’arte in generale e la narrativa letteraria in particolare, nascono sempre da esigenze profonde dell’autore e toccano, spesso, temi e motivi di carattere collettivo ed universale. Il conflitto, il male, la diversità, sono motivi onnipresenti, che continuamente ci affascinano e c’inquietano. La più antica epopea mitologica dell’umanità è quella di Gilgamesh. Parliamo di una saga babilonese del terzo millennio a.C., probabilmente il più bel poema epico mai tramandato fino all’Iliade Omerica. Gilgamesh è re di Uruk, in Mesopotamia ed ha discendenze divine (14) . La vicenda si svolge in episodi che però sembrano tutti sottilmente legati da un unico filo: il problema della morte. La ricerca dell’eroe, sovrano dotato di tutte le qualità più alte e dell’intelligenza più acuta, è la ricerca dell’immortalità. Gli dei, evocano un rivale per Gilgamesh, chiamato Enkidu. LéviStrauss, ha interpretato la coppia Gilgamesh-Enkidu secondo i canoni dello strutturalismo antropologico, identificando nel primo il rappresentante della “cultura” e nel secondo la personificazione della “natura”. Enkidu, diventa ben presto per Gilgamesh “un fratello minore”, un’inseparabile compagno, fino alla morte.  A noi piace l’interpretazione antropologica, ma la psicologia analitica ci fornisce gli elementi per rintracciare nel motivo della coppia inseparabile, formata da elementi di natura contrapposta, le basi di una propensione psicologica comune ad ogni esperienza umana. L’incontro- scontro con il Doppio.  Il Doppio, il rivale-compagno, è un altro motivo archetipico universalmente presente, strettamente connesso alla problematica dell’Ombra. A ben vedere, anche Mr. Hyde ci appare più precisamente come il Doppio del Dott. Jekill che come l’aspetto d’Ombra autonoma (15) di quest’ultimo. Il motivo del Doppio, per quanto possa apparire come un tema scontato, è solo di recente stato affrontato in psicologia. L’Ombra e il Doppio hanno effettivamente degli aspetti anche intuitivamente sovrapponibili, ma questa loro caratteristica di essere immagini che riportano ad un unico soggetto, si differenzia in maniera sfumata anche se importante. L’Ombra è una proiezione di qualità che comunque, anche se rifiutate e relegate nell’inconscio, riescono sempre a contaminare la coscienza e possono in ogni caso essere conosciute e portate all’integrazione. Il Doppio si configura come immagine simmetrica, speculare dell’Io. E’ esattamente all’opposto di ciò che siamo e di ciò che saremo e non può essere integrato. Se l’Ombra si cronicizza, il Doppio diviene presente come alter-ego, come il contrario di ciò che siamo. L’incontro con il sosia ci turba come il presentarsi dell’idea della morte. La familiarità e la rivalità estrema con qualcuno che ha la nostra stessa faccia ed il nostro identico modo di presentarsi, è associata all’idea spaventosa che noi potremmo non essere più, scomparire. Nella mitologia e nella narrativa, sia letteraria che cinematografica, la Coppia Complementare è spiccatamente evidente: il magro e il grasso, il saggio e lo stupido, il nero e il bianco, l’asceta e l’esteta (16), Ares ed Efesto, Darth Vader e il Cavaliere Jedi (17), Gandalf e Sauron (18); ci si può veramente divertire a ricercare motivi archetipici nei racconti ed a capire cosa, oltre alla pura bellezza delle opere, che resta la componente fondamentale, ci fa rimanere con il fiato sospeso ad attendere la prossima mossa del nostro eroe. Walt Disney era un mago nel riprendere saghe e storie antiche e riadattarle mirabilmente nei suoi lungometraggi animati. Questi cartoons abbondano di personaggi Ombra e personificazioni del Doppio. Crudelia Demon, la Strega Cattiva e Capitan Uncino, sono solo alcune delle personificazioni dell’Ombra e della sua pericolosa invadenza.  Chi inoltre, ha espresso la problematica del negativo con creatività e con una vasta galleria di personaggi è Collodi. Il burattino Pinocchio, nel suo viaggio verso la maturità, nel percorso trasformativo che lo renderà creatura fatta di carne ed ossa per sempre, sarà costretto a confrontarsi con diverse personificazioni del negativo. I volti del Gatto e La Volpe, di Lucignolo e di Mangiafuoco, sono i volti cangianti dell’archetipo dell’Ombra e delle nostre paure, le cadute lungo la strada dell’Individuazione. Ma l’ingenuità priva di contenuti del burattino si trasformerà proprio dall’incontro con queste forme.  

10. L’ ambivalenza dell’Alterità: un esempio

Il tema dell’alterità come risorsa positiva, o come paurosa Ombra che minaccia, è sempre stato motivo di fondo della nostra vita come della creazione artistica. Data l’inesauribilità del materiale sull’argomento, che spesso risultava già sapientemente sondato, ho cercato qui di proporre in via sperimentale la breve analisi di una trama (19) narrativa cinematografica contemporanea. L’esempio ci è offerto in maniera interessante dal regista Sergio Rubini, nel suo film “Il viaggio della sposa” (1997). Assistiamo qui al racconto, con spunti picareschi, della storia di una contessa. Cresciuta in un convento, attesa dal suo promesso sposo, viene accompagnata nel viaggio dalla clausura verso l’uomo a lei destinato, dall’unico sopravvissuto della sua scorta, sterminata dai briganti nel Mezzogiorno d‘Italia del 1600. L’accompagnatore è un cocchiere bifolco: tale Bartolo. Questi, si trova in tutto e per tutto all’opposto della bella nobildonna. Lui è uomo, ignorante e rozzo, incapace di dire correttamente in italiano “Voi fate” anziché “Voi facite...”; lei, dama cattolicissima e dalla pelle vellutata, pur avendo studiato le scienze e Galileo, letto trattati sulla forma del globo terrestre, non ha mai visto realmente con i propri occhi il mare. Ognuno dei due ha esattamente la stessa possibilità: la repulsione per “l’altro” o l’incontro. Questa seconda strada sarà fortunatamente quella prescelta, che porterà però a molte difficoltà e pericoli per la vita stessa dei due protagonisti. Essi, si troveranno infine a riconoscersi l’uno nell’altro. La contessa danzerà attorno al fuoco, libera e selvaggia come una zingara e Bartolo potrà  finalmente guardarla, dicendole appassionato e senza inflessioni  dialettali: “luce dei miei occhi”. La trama semplice, eppure suggestiva proprio perché portatrice di un messaggio di fondo archetipico, offre non pochi spunti di riflessione. Siamo collocati in  un momento nel quale l’esigenza di una forte presa di coscienza del valore della diversità, ci impone una seria riconsiderazione dei nostri atteggiamenti nei riguardi della differenza degli altri. Una riflessione, beninteso, che non deve essere scambiata per la presa di posizione, dal sapore prettamente ideologico, di quanti proclamano l’accettazione incondizionata. La contessa in fondo, non avrebbe potuto resistere molto ai modi rozzi di Bartolo se l’avesse semplicemente “accettato” in forza delle sue “virtù cattoliche”, così come Bartolo non avrebbe assecondato la contessa, come infatti ad un tratto sembra succedere, se non fosse stato egli stesso disposto all’incontro e non solo all’accettazione.  L’accettazione senza conoscenza, puzza di ideologia. E’ figlia del perbenismo stantio o dell’essere alternativi in modo inconsistente ed è destinata, come tutte le ideologie dal pensiero bloccato, a crollare.  Ogni incontro con l’altro è potenzialmente anche un rischio, perché ci espone all’altro, ci svela ai suoi occhi per quello che siamo e viceversa, e preannunzia il cambiamento. Sia la Signora che Bartolo, ancor prima di “incontrarsi”, erano predisposti interiormente all’accoglimento di un’altra realtà ed alla parziale messa in discussione, anche traumatica, della propria.  L’in-contro proprio perché richiede l’andare contro, dentro qualcos’altro, può diventare s-contro, anche questo è il rischio. Ma è anche fonte di espansione del proprio orizzonte, è scoperta dei propri limiti ed esplorazione di altre potenzialità. Osservare la propria Ombra, ci permette il ritiro di questa dal mondo dell’altro. Sappiamo che ciò richiede disponibilità interiore e sincero accoglimento del proprio materiale grezzo. Il materiale grezzo non è già di per sé oro. Può diventarlo solo se accettiamo di lavorare con lui, e per farlo, dobbiamo almeno essere in grado di vederlo e di riconoscerlo. Ci riconosciamo nello specchio che ci offrono con un ghigno coloro  che detestiamo e che c’inquietano: i “diversi”.

Alessandro Raggi

psicoanalista junghiano

docente della Scuola di

Psicoterapia Analitica Aion

www.psicheanima.it

L'archetipo dell'Ombra (versione stampata)


Note

 

4 C.G.Jung, Risposta a Giobbe (1952) 

5 Mario Trevi – Augusto Romano, Studi sull’Ombra (1975) 

6 Mircea Eliade,  Arti del metallo e alchimia (1980)

7 La letteratura in materia è incredibilmente vasta, alcuni indicano la citrinitas quale quarta tappa dell’Opus alchemica, situata tra l’albedo e la rubedo. Altri individuano in citrinitas (ingiallimento, come l’oro…) un nome alternativo a rubedo. 

8 Robert Bly, Il piccolo libro dell’Ombra (1992) 

9 J.Jacobi 

10 F.Nietsche 

11 R.Rohr, francescano conosciuto in tutto il mondo come maestro spirituale. 

12 Matteo, 13 

13 J.Katz ,Seduction of crime, 1988 

14 quello della “doppia discendenza” è un altro motivo archetipico che trova ampio spazio nei miti e nella letteratura.

15 M.Trevi, in  Studi sull’ombra, pag. 63 

16 H.Hesse, Narciso e Boccadoro, 1930  

17 G. Lucas, Guerre Stellari,  film (1977) 

18 J.R.R. Tolkien, Il Signore degli anelli, 1954-55

19 Intesa in senso Aristotelico come indistinguibile dal  personaggio che agisce nella scena.

 


   

Scuola di Specializzazione in

Psicoterapia Analitica Aion

(Direttore: Luca Valerio Fabj)

via Palestro, 6 - Bologna

 

Associazione di Ricerca in

Psicologia Analitica Alba

via Turati, 30 - Bologna 

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