La vita di Carl Gustav Jung

di Eleonora Berretti

31/01/2017


Introduzione

 

In questo lavoro mi riferirò principalmente alla biografia di C.G. Jung “Ricordi, Sogni, Riflessioni” che ho letto recentemente, e che trovo ricca di spunti interessanti.

 

Come riportato nell’introduzione, scritta da Aniela Jaffè, Jung, all’età di 83 anni, era restio all’idea di produrre una sua biografia. Aveva infine accettato, concordando di venire aiutato proprio dalla Jaffè, e che il testo fosse in effetti scritto come un’autobiografia, piuttosto che una biografia scritta in terza persona, per cui la Jaffè gli avrebbe posto una serie di domande sul modello di un’intervista. In realtà successivamente Jung scrisse direttamente alcune parti, principalmente relative ai primi anni di vita. Per completezza alcune informazioni biografiche e storiche sono state inoltre estrapolate da documenti e scritti precedenti di Jung.  

 

La Jaffè riporta “Spesso ho domandato a Jung dati precisi circa gli avvenimenti della sua esistenza ma inutilmente: solo la sostanza spirituale della sua esperienza di vita era fissata nella sua memoria, e a lui pareva che solo per questo valesse la pena di parlarne” (C.G. Jung, Ricordi, Sogni, Riflessioni, 6 ed Bur Saggi, introduzione, p. 8). 

 

Lo stesso Jung in una lettera ad un amico, nello stesso periodo scrive: “Negli ultimi anni, da varie parti, mi è venuto l’incitamento a fare qualcosa di simile ad un’autobiografia, ma io non potevo concepire di accingermi ad un compito del genere. Conosco troppe autobiografie, con i loro sotterfugi e con le loro bugie vere e proprie, e conosco troppo bene l’impossibilità di ritrarre me stesso, per avventurarmi in tale tentativo. Recentemente mi chiesero di fornire alcune notizie autobiografiche e, nel rispondere alle domande scoprii –nascosti tra i ricordi- alcuni problemi oggettivi che mi sembra richiedano una più attenta considerazione. Ho pertanto valutato il problema, giungendo alla conclusione di rinviare ogni altro impegno abbastanza a lungo per cominciare ad occuparmi proprio del principio della mia vita, e a considerarlo con obiettività” (C.G. Jung, Ricordi, Sogni, Riflessioni, 6 ed Bur Saggi, introduzione, p. 8, da lettera ad un amico scritta nel 1957).

 

L’opera si divide in 14 capitoli, ovvero:

 

Prologo; I primi anni; Gli anni di scuola; Gli anni di università; Attività psichiatrica; Sigmund Freud; A confronto con l’inconscio; Genesi dell’opera; La Torre; Viaggi; Visioni; La vita dopo la morte; Ultimi pensieri; Esame retrospettivo.

 

Per alcuni capitoli riporterò passi e riflessioni che mi hanno particolarmente colpita e che mi sono apparsi molto significativi.

 

Prologo

 

“La mia vita è la storia di un’autorealizzazione dell’inconscio”

(C.G. Jung, Ricordi, Sogni, Riflessioni, p. 17),

 

probabilmente una delle frasi più famose di Jung, suggerisce a chi si accinge a leggere l’opera che si tratterà di un’esposizione molto diversa rispetto a una mera indicazione di fatti biografici e storici. Continua poi

 

“In fondo, le sole vicende della mia vita che mi sembrano degne di

essere riferite sono quelle nelle quali il mondo imperituro ha

irruzione in questo mondo transuente”

(C.G. Jung, Ricordi, Sogni, Riflessioni, p. 19).

 

I primi anni 

 

“Mi si presenta un ricordo, che forse è il primo della mia vita, e infatti è solo un’immagine indistinta” (C.G. Jung, Ricordi, Sogni, Riflessioni, 6 ed Bur Saggi, I primi anni, p. 21), riferendosi ad un’immagine molto lontana, quando, lattante, si trovava in carrozzina e guardava la luce filtrare tra le fronde degli alberi. A questo proposito ho cercato di rievocare il primo ricordo della mia vita e mi si presenta una sensazione sfocata, ma molto intensa, di mangiare una “pappetta”, fatta con biscotti e latte, di prima mattina, in cucina con la luce che illumina l’ambiente dalla finestra alle spalle, seduta sul seggiolone e bevendo la pappetta direttamente dal biberon. Lo ricordo perché il sapore dei biscotti con il latte mi aveva davvero colpito, e lo gustavo avidamente, forse ho cercato di esprimere verbalmente il mio gradimento, ma non ne sono sicuro. Forse era la prima volta che assaggiavo qualcosa di molto dolce e particolarmente gustoso. Di certo ricordo la luce che dalla finestra si rifletteva sul mio biberon che tenevo stretto con entrambe le mani, illuminando la poltiglia color biscotto con alcuni pezzetti ben visibili, che guardavo con interesse, e il sapore, che trovavo delizioso. Potrei addirittura azzardare che si trattasse dei biscotti della nota marca “plasmon”, semplicemente ricordando quel sapore. 

 

Jung racconta poi il primo sogno di cui ha memoria: “feci il primo sogno del quale riesco a ricordarmi, un sogno che mi avrebbe preoccupato per tutta la vita. Avevo allora tre o quattro anni […] questo sogno mi ossessionò per anni, e solo molto tempo dopo capii che ciò che avevo visto era un fallo, e passarono decenni prima che capissi che era un fallo rituale” (C.G. Jung, Ricordi, Sogni, Riflessioni, 6 ed Bur Saggi, I primi anni, p. 27-28), evidenziando quale peso abbia avuto il ricordo di questo primo sogno lungo tutto il corso della sua vita. 

 

"Il primo sogno di cui ho ricordo risale all’epoca in cui andavo alla scuola materna: In un ambiente che mi ricordava l’androne della mia scuola, ma era completamente bianco e spoglio, c’era una specie di festa, con musica e un clima allegro. Tutti i bambini ballavano con il proprio padre, e anche io stavo ballando con il mio, quando, chiudendo gli occhi, ho deciso di fare una piroetta, per poi riafferrare le mani di mio padre, sempre ad occhi chiusi. Mi sono reso conto che c’era qualcosa che non andava quando al tatto ho sentito due mani molto calde e appiccicose, mentre quelle di mio padre erano fresche e lisce! Allora ho aperto gli occhi allarmato e ho visto uno sconosciuto con lunghi capelli bruni e mossi, decisamente più giovane, e che, con mia grande sorpresa, trovavo peraltro di bell’aspetto! rideva con gusto della scena e mi appariva piuttosto cordiale e simpatico, ma mi vergognavo terribilmente per la figuraccia e sono corso a nascondermi dietro le gambe di mio padre, che si trovava alle mie spalle, e che scoprivo ridere a sua volta dell’accaduto, con una certa intesa ilare con lo sconosciuto, e con mio grande disappunto (sconosciuto che peraltro non aveva alcun figlio, al seguito, e che perciò non era un “padre”). Ho sempre avuto questo ricordo e la sensazione di grande imbarazzo e vergogna per un avvenimento probabilmente molto emozionante per un bambino di 4 o 5 anni. Mi sono domandato se non si trattasse invece di un fatto realmente accaduto, magari un po’ enfatizzato nei miei ricordi di bambino, e ho interrogato i miei genitori (soprattutto mio padre) che però non ricordano sia mai avvenuto e non l’hanno mai menzionato. In ogni caso mi pare che il ricordo di una festa della scuola materna in cui i bambini ballano con i propri padri sia, seppur possibile, di per sé stesso singolare rispetto al contesto della scuola, per come la ricordo. Credo quindi di poter affermare che si è trattato del primo sogno di cui ho ricordo." (C.G. Jung, Ricordi, Sogni, Riflessioni, 6 ed Bur Saggi, I primi anni, p. 37-38). 

 

Trovo che i passaggi i cui Jung descrive i primi ricordi, o i primi sogni, risultino interessanti non solo e non tanto per gli avvenimenti in sé, ma anche perché hanno il potere di elicitare nel lettore la rievocazione di ricordi analoghi nella propria vita. Si tratta di un’esperienza, quella di disporsi per trarre ricordi dal preconscio, cui non siamo probabilmente molto abituati, che può quindi facilmente essere uno spunto di riflessione e approfondimento personale.

  

Jung descrive anche i giochi che era solito fare: “Ricordo anche che in quel periodo- dai sette ai nove anni- mi piaceva giocare col fuoco […]. Di fronte a questo muro vi era un declivio, dal quale sporgeva un masso: era la mia pietra. Spesso, quando ero solo, andavo a sedermi su quella pietra, e cominciava allora un gioco fantastico press’a poco di questo genere:

 

«Io sto seduto sulla cima di questa pietra, e la pietra è sotto», ma anche la pietra potrebbe dire «io» e pensare: «io sono posata su questo pendio e lui è seduto su di me» […].

 

Trent’anni dopo fui di nuovo su quel pendio. Ero un uomo sposato, con figli, una casa, una posizione, e con tante idee e progetti per la testa, e d’un tratto ero di nuovo il bambino che aveva acceso un fuoco, il cui significato era segreto, e si sedeva su una pietra senza sapere se essa fosse «io» o io fossi «essa»! Ripensai allora alla mia vita a Zurigo, e mi parve estranea e mi fece lo steso effetto che se avessi avuto notizie di un mondo e di un tempo remoti. Era seducente e pauroso a un tempo. Il mondo della mia infanzia, dal quale in quel momento ero stato ripreso, era eterno, e ne ero stato cacciato via e sospinto in un tempo che continuava a scorrere, procedendo sempre più oltre […] Non ho mai dimenticato quel momento, che illuminò in un baleno l’eternità presente nella mia infanzia” (C.G. Jung, Ricordi, Sogni, Riflessioni, 6 ed Bur Saggi, I primi anni, p. 37-38). 

 

In tali passaggi mi sembra di cogliere un esempio di quello che Jung aveva definito processo di individuazione: “un’unificazione con sé stessi e, nel contempo, con l’umanità, di cui l’uomo è parte” (C.G. Jung, Opere, vol. 16., Bollati Boringheri ed. 1993, p. 118), avendo comprensione del proprio bambino interiore in definitiva del proprio Sé.

 

“Che cosa queste significasse (L’eternità presente nella sua infanzia, n.d.r.) mi fu rivelato non molto tempo dopo, quando avevo dieci anni. L’intima scissione e l’atteggiamento di incertezza verso il mondo mi indussero, alla fine, a fare qualcosa che allora rimase per me incomprensibile. Avevo un astuccio per matite, verniciato di giallo, di quelli che abitualmente adoperano gli alunni delle elementari, con una piccola chiusura e il solito regolo. Sull’estremità di questo regolo incisi un piccolo manichino, di circa due pollici, in finanziera, cilindro, e scarpe nere; poi lo colorai di nero con l’inchiostro e lo ritagliai dal regolo, e alla fine lo deposi nell’astuccio-dove avevo preparato un lettino- e gli feci persino un soprabito con pezzi di stoffa di lana. Nell’astuccio misi anche un ciottolo, preso nel Reno, oblungo, levigato, che avevo colorato con gli acquerelli in modo che fosse diviso in due parti: una superiore e una inferiore, ciottolo che avevo a lungo tenuto nella tasca dei pantaloni. Era la sua pietra. Tutto ciò costituiva il mio grande segreto. Di nascosto portai l’astuccio nella soffitta proibita (proibita perché le tavole del pavimento erano sconnesse e rose dai tarli) e lo nascosi su una trave sotto il tetto, così che nessuno lo vedesse! Ero certo che lì nessuno avrebbe potuto scoprire il mio segreto e distruggerlo. Mi sentivo salvo, e il penoso sentimento di essere in contrasto con me stesso era sparito. In tutti i momenti difficili, ogni volta che avevo commesso uno sbaglio, o i miei sentimenti erano stati feriti, o ero oppresso dall’irritabilità di mio padre o dagli acciacchi di mia madre, pensavo al mio manichino, vestito e messo a letto con tanta cura, e alla sua pietra liscia e dai bei colori. Di tanto in tanto, spesso anche a distanza di settimane, di nascosto sgattaiolavo in soffitta, dove sapevo che nessuno mi avrebbe visto, mi arrampicavo sulla trave e, aperto l’astuccio, contemplavo il mio manichino e la sua pietra; ogni volta mettevo nell’astuccio un piccolo rotolino di carta sul quale prima, a scuola, avevo scritto qualcosa in un alfabeto segreto, di mia invenzione. Erano striscioline di carta, fittamente coperte di scrittura, che venivano arrotolate e affidate all’omino perché le custodisse. L’aggiunta di un nuovo rotolino aveva sempre il carattere di una cerimonia solenne: sfortunatamente non ricordo cosa volessi comunicare al manichino, so solo che le mie lettere dovevano rappresentare la sua biblioteca, immagino – ma non ne sono certo - che si trattasse di massime che mi erano particolarmente piaciute” (C.G. Jung, Ricordi, Sogni, Riflessioni, 6 ed Bur Saggi, I primi anni, p. 38-39).

 

A questo proposito cito Clarissa Pinkola Estés: “Per secoli l’umanità ha sentito che dalle bambole emanano santità e mana, una presenza terrificante e irresistibile che agisce sulle persone cambiandole spiritualmente. Per esempio, la radice della mandragola è apprezzata per la sua somiglianza a un corpo umano, con braccia e gambe e un nodo per testa. La si considera ricca di potere spirituale. Si ritiene che alle bambole venga infusa la vita dai loro creatori. Sono usate nei riti, nei rituali, nel vudu, negli incantesimi d’amore. Quando vivevo tra i luna nelle isole al largo di Panama, delle figurine lignee venivano usate come segni di autorità, per non dimenticare il proprio potere. I musei del mondo sono zeppi di idoli e figurine di argilla o legni e di metalli vari. Le figurine del paleolitico e del neolitico sono bambole. Le gallerie d’arte sono piene di bambole. Nell’arte moderna, le mummie di Segal a grandezza naturale avvolte di bende sono bambole. I negozi di souvenir in costume locale. Fin dall’antichità le bambole sono state offerte in dono ai sovrani come emblemi di buona volontà. Nelle chiese di campagna di tutto il mondo si trovano bambole-santi, non soltanto regolarmente lavate e vestite di abiti fatti a mano, ma anche «portate a passeggio» affinché possano rendersi conto delle condizioni dei campi e delle persone, e quindi intercedere a favore dell’uomo. La bambola è il simbolico homunculus. È il simbolo di quanto sta sepolto di numinoso negli esseri umani. È un piccolo e risplendente facsimile del Sé originale” (Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi, I Ed Pickwick Big, 2016, p.73-74), per rimarcare quanto esposto sopra, sulla comprensione e connessione con il proprio Puer interno, col proprio Sé, e, in definitiva, attraverso la porzione collettiva dell’inconscio, con l’umanità nel suo complesso. È infatti chiaro come il “segreto” del piccolo Jung possa essere certamente considerato un fatto privato, ma contemporaneamente rappresenta anche un risvolto di un fenomeno collettivo, ossia quello di costruire delle bambole, o comunque delle figure antropomorfe, come immagine del Sé, e con la funzione di tramite e custodia del numinoso, fenomeno solo marginalmente spiegabile con le ragioni della coscienza.

 

Viaggi

 

Un altro capitolo che ha particolarmente destato il mio interesse è stato quello relativo ai viaggi.

 

Jung comincia parlando di un viaggio in Africa settentrionale, e si sofferma sull’uomo arabo:

 

“Ecco un uomo che certamente non possedeva un orologio né da tasca né da polso: era, con naturalezza e senza averne coscienza, l’uomo che era stato sempre”

 

in contrapposizione all’uomo europeo:

 

“Gli mancava ancora quel che di folle l’Europeo si porta dietro. L’Europeo è, sicuramente, convinto di non essere più quello che era secoli fa:ma non sa ancora che cosa è divenuto. L’orologio gli dice che a partire dal medioevo il tempo e il suo sinonimo, il progresso, si sono insinuati in lui e irrevocabilmente gli hanno sottratto qualcosa […]

 

Fu per me una lezione: quella gente viveva dei suoi affetti, anzi ne era posseduta. La loro coscienza da una parte li orienta nello spazio e trasmette loro le impressioni che vengono dall’esterno, dall’altra è mossa da impulsi e affetti interni; ma non è capace di riflessione, sicché il loro io manca di autonomia. Non è che la situazione sia poi molto diversa per gli europei, ma dopo tutto siamo un po’ più complicati. In ogni caso possediamo un certo grado di volontà e una certa meditata finalità. Ma ci fa difetto l’intensità della vita.[…] La natura emotiva di questi popoli irriflessivi, tanto più vicini di noi alla vita, esercita una forte suggestione su quei sedimenti storici che sono in noi e che solo da poco crediamo di aver superato […] io inconsciamente volevo trovare quella parte della mia personalità che sotto l’influsso dell’europeismo era diventata invisibile, quella parte che era in opposizione inconscia con il mio io, perché questo aveva effettivamente cercato di soffocarla”   (C.G. Jung, Ricordi, Sogni, Riflessioni, 6 ed Bur Saggi, Viaggi, p. 292-299).

 

Jung, durante il viaggio, aveva affettivamente fatto un sogno molto significativo in cui lottava con un giovane arabo. Mi sembra che Jung abbia ben visto (e previsto), la crisi d’identità dell’Europeo moderno, sacrificata in nome del progresso, ma che abbia potuto ben comprenderla assumendo un’altra prospettiva, cioè quella di un popolo che è, collettivamente, meno soggetto al controllo dell’io cosciente, ma, come riporta lo stesso Jung, più vicino alla vita.

 

Jung descrive anche l’esperienza fatta presso gli Indiani Pueblos:

 

“«Vedi» diceva Ochiwia Biano «quanto appaiono crudeli i bianchi. Le loro labbra sottili, i loro nasi affilati, le loro facce solcate e alterate da rughe. I loro occhi hanno uno sguardo fisso, come se stessero sempre cercando qualcosa. Che cosa cercano? I bianchi vogliono sempre qualche cosa, sono sempre scontenti e irrequieti. Noi non sappiamo che cosa vogliono. Non li capiamo. Pensiamo che siano pazzi».

 

Gli chiesi perché pensasse che i bianchi fossero tutti pazzi. «Dicono di pensare con la testa» rispose. «Ma certamente. Tu con che cosa pensi?» gli chiesi sorpreso. «Noi pensiamo qui» disse, indicando il cuore.

 

M’immersi in una lunga meditazione. Per la prima volta nella mia vita, così mi sembrava, qualcuno mi aveva tratteggiato l’immagine del vero uomo bianco […]. Ciò che noi dal nostro punto di vista chiamiamo colonizzazione, missioni per la conversione de pagani, diffusione della civiltà e via dicendo, ha anche un’altra faccia, la faccia di un uccello da preda, crudelmente intento a spiare una preda lontana. Una faccia degna di una razza di pirati e predoni. Tutte le aquile e le altre fiere che adornano i nostri stemmi mi parvero gli adatti rappresentanti psicologici della nostra vera natura” (C.G. Jung, Ricordi, Sogni, Riflessioni, 6 ed Bur Saggi, Viaggi, p. 303-304). Qui si delinea con maggiore chiarezza il lato “Ombra” del popolo europeo, efficacemente reso dal simbolo del rapace e di altre bestie feroci che effettivamente adornano numerosissimi stemmi e bandiere, sebbene i simboli, e di conseguenza gli archetipi che sottendono, abbiano normalmente una doppia connotazione, positiva e negativa, qui viene messa in luce quella negativa.

Dell’Africa nera Jung scrive: “Da tempi immemorabili gli uomini hanno adorato il grande dio che, sorgendo dalle tenebre come luce raggiante in cielo, riscatta il mondo. Allora capii che nell’anima, fin dalle sue prime origini, c’è stato un anelito alla luce e un impulso inestinguibile a uscire dalla primitiva oscurità.

 

Quando giunge la notte profonda, ogni cosa assume un tono di cupa malinconia, di un’indicibile nostalgia della luce. È questo il sentimento che si manifesta negli occhi dei primitivi, e che può essere notato anche negli animali. Negli occhi di questi c’è una tristezza che non scopriremo mai se dipende dalla loro anima o se è un doloroso messaggio che ci si manifesta da quell’esistenza originaria.

 

Questa è l’atmosfera dell’Africa, l’esperienza delle sue solitudini. È un mistero materno, l’oscurità primordiale. Ecco perché l’esperienza più sconvolgente per il negro è la nascita del sole al mattino. Il momento in cui la luce appare, è Dio. Quell’attimo apporta la salvezza. Credere che il sole sia Dio, significa perdere e dimenticare l’esperienza archetipa di quel momento. Dire: «Siamo contenti che la notte, durante la quale vagano gli spiriti, sia passata» è già razionalizzare. In realtà grava sopra la terra un’oscurità diversa da quella della notte: è la primeva notte psichica che per innumerevoli milioni di anni è stata ciò che è ancora oggi. L’anelito alla luce è l’anelito alla coscienza” C.G. Jung, Ricordi, Sogni, Riflessioni, 6 ed Bur Saggi, Viaggi, p.327-328).

 

A proposito dei popoli cosiddetti “primitivi” (tenendo conto del contesto socioculturale in cui Jung scrive), intendendo quei popoli non occidentali e non europei, ponendo il termine nell’accezione di “originario”, ossia privo di quelle sovrastrutture (spesso iper-razionali) che caratterizzano l’uomo europeo, Jung scrive: “Si è propensi ad ammettere che questa visione (degli spiriti, n.d.r.), si verifichi in misura incomparabilmente maggiore presso l’uomo primitivo che presso l’uomo civilizzato, e se ne deduce l’idea che la visione di spiriti sia pura e semplice superstizione, perché in un uomo evoluto una cosa del genere non succede mai, se non per esempio in stati morbosi. È certissimo che per un uomo civilizzato l’ipotesi degli spiriti è incomparabilmente meno seria che non per il primitivo; a mio parere però è altrettanto certo che il fenomeno psichico in sé non si verifica in lui molto più raramente che nel primitivo […]. L’uomo primitivo sente la vicinanza o l’influsso di uno spirito come un qualcosa di sgradevole o di pericoloso, e si sente sollevato quando lo spirito può essere bandito. Viceversa però egli sente la perdita di un’anima come una malattia grave, e fa risalire a questa perdita anche gravi malattie fisiche. Esistono numerosi riti per attirare di nuovo nel corpo del malato l’uccello anima. Non bisogna picchiare i bambini perché altrimenti la loro anima, offesa, potrebbe ritirarsi. L’anima è quindi per il primitivo qualcosa che dovrebbe trovarsi in lui, gli spiriti invece gli appaiono come qualcosa di diverso, che normalmente non dovrebbe trovarsi nei suoi paraggi. […] Questa distinzione, che è corrente nei convincimenti dei primitivi, corrisponde esattamente alla mia concezione dell’inconscio. L’inconscio si divide, secondo il mio modo di vedere, in due parti che vanno distinte nettamente. La prima è il cosiddetto inconscio personale. Esso contiene tutti i contenuti psichici che sono stati dimenticati nel corso della vita […] tutte le percezioni o impressioni subliminali […] combinazioni rappresentative inconsce che sono ancora troppo deboli e indistinte per varcare la soglia della coscienza […] tutti quei contenuti che si dimostrano incompatibili con l’atteggiamento cosciente. […] Io definisco l’altra parte dell’inconscio con il nome di inconscio impersonale o collettivo […]. Le anime dei primitivi corrispondono ai complessi autonomi dell’inconscio personale, mentre gli spiriti corrispondono ai complessi dell’inconscio collettivo (C.G. Jung, Opere, vol. 8., Bollati Boringheri ed. 1976, I Fondamenti psicologici della credenza negli spiriti, p. 325-334).

 

Si tratta sicuramente di un argomento molto complesso, ma certamente Jung, oltre a cogliere le differenze (nella sua biografia aveva posto l’accento sul fatto che l’Io nelle popolazioni più primitive è meno forte rispetto alle pulsioni e agli affetti provenienti dall’inconscio, e che essi tendono a dividere in maniera dicotomica il mondo delle tenebre e degli spiriti ossia la notte, dal bene, rappresentato dal sole nascente), trova una conferma della sua teoria, nello specifico nella sua concezione di inconscio come personale e collettivo, e dei complessi, che possono essere avvertiti come in sintonia con il proprio Io e appartenenti al soggetto (facenti parte della sfera personale dell’ inconscio, più implicati nelle nevrosi); oppure complessi della porzione collettiva dell’inconscio che sopraffanno l’Io, portando a uno stato di alienazione e in definitiva a sintomi che vengono definiti psicotici: allucinazioni, deliri, catatonia. 

 

Leggendo la descrizione di queste popolazioni non ho potuto fare a meno di considerare come mi pare abbiano un meccanismo di funzionamento basato soprattutto sulla scissione, che peraltro è considerata in psicoanalisi una difesa primitiva, anzi la più primitiva, e, in misura minore, sulla proiezione, in un certo senso è come se le tappe evolutive che portano la società ad progresso crescente (anche se non sempre caratterizzato da connotati positivo), avesse un corrispettivo nelle tappe evolutive del singolo. In un certo senso come se ci fosse una corrispondenza tra dimensione collettiva (di popolazione) e personale.

 

Dell’India Jung scrive: “Anche Cristo, come Buddha, è una personificazione del Sé, ma in un senso affatto diverso. Entrambi sono per un superamento del mondo: ma Buddha con una visione razionale, Cristo come destinata vittima sacrificale. Nel cristianesimo questo è più sofferto, nel buddismo è più percepito e messo in atto. Entrambe le strade sono buone, ma nel senso indiano Buddha è l’essere umano più completo. È una personalità storica, e perciò per gli uomini è più facile a capirsi. Cristo è al tempo stesso uomo storico e Dio, ed è perciò assai più difficile comprenderlo (C.G. Jung, Ricordi, Sogni, Riflessioni, 6 ed Bur Saggi, Viaggi, p. 340). La figura di Cristo come simbolo del Sé è infatti di difficile comprensione, in virtù della sua doppia natura, umana e divina, inoltre, mentre nell’induismo il male è altrettanto integrato quanto il bene, Cristo rappresenta naturalmente solo il bene. “Non v’è dubbio che la concezione originale cristiana dell’imago Dei incarnata in Cristo, significa una totalità che tutto abbraccia, che integra anche il lato animale (pecus) dell’uomo. Ciò nonostante il simbolo di Cristo manca di totalità in senso moderno, in quanto non include expressis verbis il lato notturno delle cose, ma lo esclude come antagonista luciferino” (C.G. Jung, Opere, vol 9. Bollati Boringheri ed. 1982, Cristo, un simbolo del Sé, p. 40).

 

In riferimento agli effetti del Cristianesimo e al lato Ombra dell’Europeo emerso nell’incontro con il capo indiano, cito l’articolo “Wotan”, nome della divinità germanica nota anche come Odino: “Non sa se queste persone fossero al corrente della primigenia parentela di Wotan con le figure di Cristo e del Dioniso, è probabile di no. In un primo tempo Wotan, l’instancabile viandante, il mettimale che va suscitando qua e là litigi e operando magie, fu trasformato dal cristianesimo in un demonio […] il motivo del viandante che non ha accettato Cristo fu proiettato sugli Ebrei (così di solito ritroviamo negli altri i nostri contenuti diventati inconsci) […]. Egli è infatti un dio d’impeto e di bufera, un infuriare di passioni e di ardore guerriero, è per di più un potente incantatore e illusionista, versato in tutti i segreti della natura occulta” (Wotan, C.G. Jung, Rivista di Psicologia Analitica, vol 2, 1974). Odino, oltre che una figura archetipica del popolo germanico, relegato nell’ombra dell’Inconscio Collettivo dall’avvento del Cristianesimo, si riattiva durante il periodo nazista con effetti devastanti.

 

Attività psichiatrica

 

Naturalmente, dal momento che sto conseguendo la specializzazione in psichiatria, ho trovato molto interessante questo capitolo. Jung infatti parte proprio dagli anni del tirocinio: “Gli insegnanti di psichiatria si interessavano non di quel che il paziente potesse avere da dire, ma piuttosto della diagnosi, dell’analisi dei sintomi, di statistiche. Dal punto di vista clinico- che era quello allora prevalente- la personalità umana del paziente, la sua individualità, non aveva alcuna importanza […]. La psicologia del malato mentale non aveva nessuna parte da adempiere” in effetti, a distanza di circa un secolo dal tirocinio di Jung, questa descrizione è ancora molto attuale. Semplicemente perché è di questo che la Psichiatria si occupa: dello studio clinico e della terapia delle malattie mentali, secondo un’ottica medica. Naturalmente ciò può essere molto utile, tuttavia l’approccio psichiatrico ha dei limiti ben precisi e sarebbe bene non confonderlo con la psicoterapia psicoanalitica.  Continua Jung: “A questo punto Freud fu per me di fondamentale importanza, specialmente a causa delle sue fondamentali ricerche nel campo della psicologia dell’isteria e dei sogni” (C.G. Jung, Ricordi, Sogni, Riflessioni, 6 ed Bur Saggi, Attività psichiatrica, p. 149).

 

Jung descrive uno dei primi casi che lo appassionarono, cioè quello di una giovane donna affetta da Dementia Praecox (oggi conosciuta come Schizofrenia), tramite test di associazione aveva potuto apprendere che quella donna aveva un segreto e si era inconsapevolmente macchiata dell’omicidio della figlia di circa 4 anni, dandole da bere acqua non potabile. Jung si pose allora il quesito se raccontare o meno alla paziente ciò che aveva scoperto. Si risolse a comunicarglielo e il risultato fu che venne dimessa dopo circa due settimane e non fu più ricoverata. “In molti casi psichiatrici, il paziente ha una storia, che non è stata raccontata a nessuno, e che di solito nessuno conosce” (C.G. Jung, Ricordi, Sogni, Riflessioni, 6 ed Bur Saggi, Attività psichiatrica, p. 149) è una riflessione ancora molto attuale per numerosi pazienti. 

 

Jung fornisce anche alcune indicazioni di carattere pratico che ritengo particolarmente utili per chi si sta avvicinando alla psicologia analitica: “Non forzo mai un paziente se non vuole seguire la sua strada ed assumersene la responsabilità. Non sono disposto ad accettare la comoda pretesa che non si tratti di altro che di resistenze solite. Le resistenze –specie quando sono ostinate- meritano considerazione, perché spesso rappresentano avvertimenti che non devono essere trascurati. La medicina risanatrice può essere un veleno che non tutti sopportano, o una operazione che -se controindicata-, può risultare fatale. […] Nella psicoterapia attuale spesso si vuole che il medico, o psicoterapeuta, debba, per così dire, tener dietro al paziente e ai suoi sentimenti. Non ritengo che ciò sia sempre giusto: talvolta si chiede anche un intervento attivo da parte del medico […]. Il rapporto consiste, dopo tutto, in un raffronto costante e in una mutua comprensione, nella contrapposizione dialettica di due realtà psichiche opposte […] Tra i cosiddetti nevrotici dei nostri tempi ve ne sono molti che in altre epoche non lo sarebbero stati, non sarebbero stati cioè in discordi con sé stessi” (C.G. Jung, Ricordi, Sogni, Riflessioni, 6 ed Bur Saggi, Attività psichiatrica, p. 180-183).

 

Data l’esiguità della mia esperienza clinica finora non ritengo di essere realmente in grado di giudicare in maniera critica e ragionata queste indicazioni, che mi paiono comunque il frutto di una grande esperienza. D’altra parte mi sembrano, considerato il contesto e il periodo in cui Jung scrive, considerazioni innovative rispetto alle concezioni psicoanalitiche classiche, e che pongono enfasi su un coinvolgimento attivo di entrambe le parti, paziente e terapeuta, nel processo terapeutico.

 

Sigmund Freud

 

Freud fu certamente un importantissimo mentore e una figura che aveva una valenza paterna per Jung, anche per la differenza di età tra i due. “Freud era il primo uomo veramente notevole che incontrassi. Eppure la mia prima impressione non fu molto nitida, non sapevo definirlo con chiarezza” (C.G. Jung, Ricordi, Sogni, Riflessioni, 6 ed Bur Saggi, Sigmund Freud, p.189). Probabilmente la principale causa dell’allontanamento tra i due fu l’atteggiamento rigido di Freud riguardo la teoria della sessualità, che Jung vedeva come una difesa che lo stesso Freud aveva messo in atto: “Avevo la netta sensazione che per lui la sessualità fosse una specie di numinosum e questa mi impressione venne confermata da una conversazione che ebbe luogo circa tre anni dopo, nel 1910, a Vienna. Ho ancora vivo il ricordo di ciò che Freud mi disse: «Mio caro Jung, promettetemi di non abbandonare mai la teoria della sessualità. Questa è la cosa più importante. Vedete, dobbiamo farne un dogma, un incredibile baluardo». Me lo disse con passione, col tono di un padre che dica: «E promettimi, figlio mio, che andrai in chiesa tutte le domeniche!». Con una cera sorpresa gli chiesi: «Un baluardo contro che cosa?». Al che replicò: «Contro la nera marea di fango» e qui esitò un momento; poi aggiunse «dell’occultismo». Innanzitutto erano le parole «dogma» e «baluardo» che mi avevano allarmato; perché un dogma, e cioè un’incrollabile dichiarazione di fede, si stabilisce solo quando si ha lo scopo di soffocare i dubbi una volta per sempre. E questo non ha nulla a che fare col giudizio scientifico, ma riguarda solo un personale impulso di potenza. Fu un colpo, che inferse una ferita mortale alla nostra amicizia” (C.G. Jung, Ricordi, Sogni, Riflessioni, 6 ed Bur Saggi, Sigmund Freud, p. 190-191).

 

Un’altra criticità che Jung rilevava nel suo rapporto con Freud riguardava la necessità di quest’ultimo di non far sapere troppe cose di sé per non rischiare di perdere la sua autorità. Sebbene siano comprensibili le ragioni di Freud, questo sottolinea ulteriormente la diversità da Jung, che invece ha prodotto una propria autobiografia, contenente dettagli ed episodi anche molto personali, fatto che può essere considerato particolarmente apprezzabile: nel ruolo che Jung era arrivato a rivestire, soprattutto quando era diventato celebre e anziano, decidere di esporsi scrivendo una biografia senza temere di perder la propria autorità è, dal mio punto di vista,  segno di forza, solidità e umiltà non comuni. A proposito della riservatezza di Freud, Jung cita appunto un episodio: “Freud ebbe un sogno, che implicava problemi che non mi sento autorizzato a riferire. Lo interpretai come meglio potevo, ma aggiunsi che si sarebbe potuto dire molto di più se mi avesse fornito alcuni particolari sulla sua vita privata. A queste parole Freud mi guardò sorpreso, con uno sguardo carico di sospetto, poi disse: «Non posso mettere a repentaglio la mia autorità!». La perse in quel momento. Quella frase si impresse come un marchio indelebile nella mia memoria, e in essa vi era già un preannuncio della fine della nostra amicizia. Così, Freud poneva l'autorità personale al di sopra della verità!” (C.G. Jung, Ricordi, Sogni, Riflessioni, 6 ed Bur Saggi, Sigmund Freud, p. 199-200), a sottolineare quanto esposto sopra.

 

E’ pur vero che anche Jung, se da un lato ha svelato e condiviso aspetti molto personali, intimi e non convenzionali della sua vita, che potevano forse mettere a repentaglio la sua credibilità nel contesto socioculturale di appartenenza (si pensi al suo interesse per l’occultismo e la parapsicologia, altro elemento che, a causa della divergenza di opinioni, contribuirà all’allontanamento da Freud), dall’altro ha (seppur comprensibilmente) censurato fortemente altri aspetti, per esempio aspetti del suo rapporto con il femminile, i rapporti ambigui e ambivalenti con le numerose assistenti che lo circondavano, ma anche, a mia parere, con la sorella, di cui accennava a malapena l’esistenza, ma di cui si può ipotizzare fosse stato (come succede sempre ai primogeniti), geloso. In definitiva, si avverte, secondo il mio punto di vista, che alcuni aspetti devono essere tenuti all’oscuro, taciuti, e Jung, dignitosamente, li evita, piuttosto che ricorrere a “sotterfugi e bugie”, per usare le sue stesse parole.

 

Riflessioni

 

Vorrei concludere con una riflessione di Jung nel capitolo “Esame retrospettivo”, che mi sembra sintetizzi alcuni aspetti della vita di Jung emersi nella mia relazione: “La differenza tra me e la maggior parte degli altri uomini è che per me i muri divisori sono trasparenti. È questa la mia caratteristica. Altri ritengono i muri così spessi, che al di là non vedono nulla, e perciò credono che non vi sia nulla. […] La conoscenza dei processi del profondo ha ben plasmato la mia relazione col mondo. Fondamentalmente, fu già nella mia infanzia quella che è oggi, perché conosco cose e debbo riferirmi a cose delle quali gli altri apparentemente non conoscono nulla, e per lo più nemmeno vogliono sapere conoscer nulla.

 

La solitudine non deriva dal fatto di non avere nessuno intorno, ma dalla incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti, o dal dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano inammissibili. […] Quando un uomo sa più degli altri diventa solitario. Ma la solitudine non è necessariamente nemica dell'amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario, e l'amicizia fiorisce soltanto quando ogni individuo è memore della propria individualità e non si identifica con gli altri”

(C.G. Jung, Ricordi, Sogni, Riflessioni, 6 ed Bur Saggi, Esame Retrospettivo p.428-429).

 

Eleonora Berretti

medico, specializzanda Scuola Aion


   

 

 

 

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