L'arte di C.G. Jung

L'ARTE DI C.G. JUNG

 

con

 

Roberto Cresti

Luca Valerio Fabj

 

15 dic 2018 | 11.30

Aula Magna

Accademia di Belle Arti di Bologna

via delle Belle Arti, 54 - Bologna

 

ingresso libero

 

IL LIBRO

 

Per Jung l’arte fu l’appassionante compagna segreta di tutta la vita. Disegnò, dipinse, scolpì, intagliò il legno, schizzò architetture, con la versatilità di un vero artista. Pochi, tuttavia, ne conoscevano il talento fuori dal comune, perché fino alla morte non volle mai rendere pubbliche – e talora neppure firmare – le sue opere. Il mondo intero se n’è accorto quasi cinquant’anni dopo, quando è stato dato alle stampe Il Libro rosso, forse l’inedito più strabiliante del Novecento, dove Jung trascrisse in caratteri gotici la sua potente visione dell’inconscio e la illustrò con tavole degne della migliore tradizione miniaturistica del Medioevo. Soltanto di recente, dunque, una nuova pagina si è aperta, sia per la storia dell’arte sia per la psicologia analitica. Questo libro collettivo curato dalla Foundation of the Works of C. G. Jung, l’istituzione che tutela e promuove il lascito junghiano, è il primo a intrecciare entrambe, a farle dialogare apertamente tra loro, portando alla luce i tesori custoditi negli archivi e commentando ogni immagine della sontuosa iconografia, molta inedita. Raccolte insieme e ordinate tematicamente, le opere visive di Jung completano, e in alcuni casi obbligano a rivedere, la genealogia del suo pensiero. Se Jung sosteneva di non essere un artista, bastano a smentirlo la qualità e la varietà dei suoi manufatti, dai guazzi giovanili alla Torre di Bolligen, scrigno di affreschi e sculture. Ma la pratica dell’arte non fu per lui un passatempo dilettevole con cui rinfrancarsi mentre era impegnato a costruire l’immenso edificio analitico: quell’impresa dovette molto anche all’estrema padronanza dei linguaggi visivi, senza la quale il metodo dell’immaginazione attiva forse non sarebbe stato concepibile. Secondo Jung, l’inconscio si esprime infatti tramite immagini che attingono ai motivi archetipici. Per questo egli privilegiò sempre gli elementi simbolici dell’immagine rispetto agli aspetti stilistici ed estetici, e le figurazioni rispetto alle tendenze astratte dell’arte contemporanea. Il mandala, tra i più antichi simboli dell’umanità, esercitò su di lui una tale fascinazione da ritornare in continue variazioni per decenni, a partire dal 1915, negli splendidi disegni di cui non si dichiarò mai autore. Con understatement, arrivò ad ammettere di «avere un certo senso del colore»: in realtà, un cromatismo smagliante accende qualsiasi soggetto egli raffiguri, paesaggio o demone, stella o divinità. Una rarità anche nel panorama artistico coevo, come raro fu il suo collezionismo, più simile alla curiosità di un principe rinascimentale che alla selettività di un moderno amateur.  

 

A CURA DI

 

La Foundation of the Works of C. G. Jung è nata nel 2007 su iniziativa degli eredi per custodire e sviluppare l’eredità letteraria e creativa di Jung e della moglie, Emma Jung Rauschenbach. Tre contributori di questo libro sono membri del Comitato direttivo della Fondazione: Ulrich Hoerni e Thomas Fischer – rispettivamente nipote e pronipote di Jung – ne sono stati anche direttori; Daniel Niehus ne è l’attuale presidente. Gli altri contributori: le storiche dell’arte Bettina Kaufmann, che ha lavorato presso il Kunstmuseum di Basilea, la Tate Modern e la Tate Britain di Londra, Diane Finiello Zervas, storica dell’arte del Rinascimento e dal 1996 analista junghiana, e Medea Hoch, curatrice a Zurigo; Jill Mellick, analista junghiana a Palo Alto e artista.

 



   

 

 

 

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