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Resistenza alla terapia e Svuotamento

A cura di: Giuseppe Capone psicoterapeuta e analista junghiano

 

Può capitare a chi segue un percorso psico-terapeutico individuale, che il cammino intrapreso possa risultare piuttosto lungo e di provare resistenze alla terapia talvolta anche prima di arrivare dal proprio analista.
I pensieri prima della seduta possono essere svariati; il paziente lungo la strada che lo accompagna dalla figura che con una certa costanza incontra tutte le settimane può mettere in dubbio anche un lavoro che dura da diversi anni.
Arrivano pensieri che minacciano la prosecuzione della terapia stessa come: «Oggi non so cosa dirgli, va tutto bene; sono 5 anni che vado da lui in terapia e continuo a sognare un uomo con cui sono stata vent'anni fa; in tutto questo tempo con i soldi che gli ho dato potevo acquistare un'auto; ma poi chi mi dice che lui nella vita privata non ha gli stessi problemi che vivo io tutti i giorni?».

 

Piccole riflessioni che in apparenza possono apparire alquanto banali, ma che rappresentano un contorno alla terapia che neppure il paziente più diligente può tenere lontano da sé troppo a lungo.

 

Come sappiamo le resistenze alla terapia vengono messe in atto dal paziente per evitare che contenuti rimossi-inconsci dell'esperienza psichica vengano alla luce e riletti come motivi traumatici della propria storia personale e così, come ha affermato Freud, il paziente si può sentire precipitare in una condizione di "Umiliazione Psicologica".

Proprio quando la strada che accompagna fino alla stanza del terapeuta sembra rifrangere su di uno specchio d'acqua, contorcersi e deviare verso un'altra destinazione, accade l'inaspettato.
Il paziente che prima stava per fermarsi all'ultimo bivio prima dell'indirizzo conosciuto si sente come trascinato, spinto da una certa forma di responsabilità che proprio insieme al terapeuta sta cercando di interrogare, viene così trasportato da qualche forza misteriosa verso quell'indirizzo che oramai conosce così bene.
Inizia a credere che tutti quei pensieri che hanno alzato la voce mentre si trovava seduto nel vagone del treno prima di arrivare alla seduta abbiano compromesso inevitabilmente la giornata e quell'ora tra le più importanti della sua settimana.


Il paziente inizia ad immaginare che si siederà, racconterà solo cose superficiali e di poca importanza, pagherà l'onorario e saluterà cordialmente come tutte le volte.
Invece accade l'inaspettato: il paziente capisce dopo la seduta che in lui soggiaceva un'intima speranza di essere giustificato per azioni e pensieri che non riusciva ad accettare, come se lo svuotamento creato dall'accoglienza della propria narrazione avesse lasciato spazio ad un'altra speranza di natura creativa.
In questo momento non è più la vita tangibile che gli interessa, qualcosa di più creativo ha preso forma dentro di lui.

Tutto è possibile se già in precedenza vi è stata un'attivazione transferale verso il proprio analista.
Proprio l'attivazione del transfert ha fatto si che il paziente si sentisse libero di criticare dapprima e amare poi quell'uomo lì seduto da troppi anni davanti a sé.

Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Analitica AION